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FABRIZIO DE ANDRE' E L'ARGOT

Quando ho avuto l'opportunità di accedere a una parte della biblioteca deandreana, e di leggere alcuni suoi appunti circa lo spirito che lo muoveva a scrivere in lingua genovese o in lingua sarda, conoscevo poco Céline, e non conoscevo affatto le canzoni dure ed epiche di Bruant, di Fréhel e di altri ancora sulla stessa lunghezza d'onda. Quelle righe mi hanno aperto al mondo dell' ARGOT e verso quella particolare categoria dello spirito a cui guardava Fabrizio De André. Da lì prendeva forma la potenza del linguaggio dei suoi personaggi e il loro modo di descrivere la morte, il destino, l'amore e i rapporti sociali. Una caratteristica linguistica costante è la densità semantica delle frasi idiomatiche che si perdono nella notte dei tempi delle tradizioni popolari tenute in vita dal fraseggio dei cantanti di strada dei "FAUBOURG" [1]
Voci poco modulate, profonde e con una estensione ridotta (raramente superiore alla mezza ottava), tutte sorrette dalla dura pronuncia dell'ARGOT.
Il miracolo poetico-linguistico che compie Faber è ricreare una nuova e personale espressione di ARGOT, in uno sviluppo lirico stupefacente, appassionante e appassionato nella navigazione affabulatoria delle storie.

[1] Nel francese moderno si usa adesso la parola banlieue: termine traducibile approssimativamente in italiano con sobborgo. La sua forma più antica è forsbourg, che deriva dal latino foris =fuori e dalla parola volgare burgus =città o fortezza. Tradizionalmente, il nome veniva attribuito a un'agglomerazione, popolata per lo più da mercanti, che si forma intorno a una strada che conduce fuori da una città attraverso una porta).