Fabrizio De Andrè | Vol I

25/04/1970
Fabrizio De Andrè
Sony Music
Producer: Gian Piero Reverberi, Andrea Malcotti
Number of discs: 1

Il 27 gennaio 1967 Luigi Tenco si suicida. La notte stessa, il giovane Faber butta giù quei versi che andranno a comporre “Preghiera in gennaio”, la prima canzone del disco: non ci poteva essere incipit più forte. La prima prova di De André alle prese son un LP, dopo aver reciso il contratto con la precedente casa discografica Karim, che aveva pubblicato i suoi primi singoli, comincia così, con una toccante preghiera a Dio: sicuramente nella sua misericordia avrà accolto più benevolmente un uomo come Tenco che altre migliaia di ridicoli santoni, a dispetto di tutta la Chiesa e i benpensanti borghesi, perché ‘non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio’.

Già nella prima canzone possiamo avvertire i semi di ciò che De André sarà negli anni successivi: un uomo violentemente anti-benpensante e religioso a modo suo, un uomo che sa trattare di argomenti scottanti per l’epoca, ma anche di amore ed altre frivolezze.

Sbaglierei a dire che i cinque pallini siano giustificati solo con la prima emozionante traccia, perché nel disco ci sono anche pezzi universalmente noti anche da chi non ama il grande cantautore: “Via del campo” e “Bocca di rosa”. Visto che sono conosciuti da (quasi) tutti, mi soffermerei maggiormente sulle altre tracce. Sempre nell’arco della sua carriera Faber si dedicò alle traduzioni di suoi illustri colleghi, e anche in questo album ve ne sono due che provengono dal canzoniere di Brassens, primo grande amore del genovese, e sono “Marcia nuziale” e “La morte”: la prima, da una melodia semplice e orecchiabile, racconta il matromonio fra due fidanzati anziani dal punto di vista del loro figlio; la seconda, dall’incedere marziale e fiabesco, grazie al tamburo e al flauto a inizio e fine canzone, è un’incursione in una tematica che De André non abbandonerà mai: la morte. La storia è antica e risaputa: la morte colpisce tutti senza distinzione di ricchezza, fama e gloria.

Incastonate fra queste tracce vi sono anche due canzoni d’amore, “Barbara” e “La stagione del tuo amore” (quest’ultima sostituì “Caro amore” che utilizzava la melodia del Concerto di Aranjuez di Joaquìn Rodrigo, e per questo il compositore si adirò alquanto), anch’esse cantate con la solita voce calda e baritonale, che ha il potere di rassicurarti e contemporaneamente metterti a disagio, con quel modo di cantare tranquillo in antitesi alle forti parole pronunciate.

C’è un ulteriore tema che De André amplierà successivamente: la religione. “Spiritual” è un singolare canto gospel con tanto di organo e coro che fa da contrappunto al cantato veloce di De André, in cui dice che Dio deve venire a cercare lui, e non il contrario. Ma alla posizione numero quattro c’è un altro lavoro magistrale: “Si chiamava Gesù”, aperta da potenti accordi di chitarra acustica (la maggior parte delle canzoni dell’album sono registrate con voce e chitarra, con minima aggiunta di altri strumenti), seguiti dalla voce piena di pathos che racconta di Gesù da un punto di vista assolutamente umano: prima di essere un grande santo Gesù era un grande uomo, e come tale bisogna considerarlo. E’ curioso che la Rai (come sempre) censurò la canzone, e la prima emittente a trasmetterla fu incredibilmente Radio Vaticano, ma a quanto pare alla Santa Sede erano più svegli di mente…

L’ultima canzone suscitò non poche polemiche all’epoca: “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” narra di questo celebre re che soddisfa la sua sete sessuale con una povera ragazza del popolo, e lei se ne approfitta chiedendogli compenso, ma lui fugge senza pagarla. Le “epiche” gesta vengono celebrate con tanto di tromba, trombone, voce aulica e paroloni arcaici, quasi a sottolineare la grottesca situazione. Fu intentato un processo a Faber per pornografia, ma alla fine fu assolto.

Concludo questa misera recensione sottolineando che tutti i semi che svilupperanno in futuro la poetica di De André si trovano qui, e che nonostante l’acerbità musicale dei brani e la minima partecipazione strumentale, con la sua voce Faber sostituisce tranquillamente gli strumenti, creando canti pieni di suspense, emozione, e, se vogliamo, anche imbarazzo, perchè le sue parole ti colpiscono direttamente all’interno, al tuo cuore. Ahimè! Questi miei futili elogi non saranno mai abbastanza per celebrare ciò che è irrimediabilmente perso!

Da DeBaser

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